Domani in edicola e in parrocchia il numero di luglio di inDialogo

Prossima uscita a settembre, per iniziare un nuovo anno di comunicazione di bene

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Quello di domani è l’ultimo numero dell’anno, che per inDialogo inizia ogni settembre, dal 2016, da quando ha sposato il quotidiano Avvenire, per le sue uscite mensili. Il prossimo segnerà infatti l’inizio della V annualità. Un traguardo non scontato e che raggiungibile senza il fondamentale contributo di una straordinaria redazione: Andrea Fiorentino, Luisa Iaccarino, Domenico Iovane, Niccolò Maria Ricci, Antonio Tortora, Vincenzo Nappo, Francesco Napolitano.

Un presenza e un impegno il loro, volontario e professionale al tempo stesso: senza le loro ‘penne’ il giornale non potrebbe essere un prodotto di qualità quale pure è. Senza di loro sarebbe stato difficile, quest’anno, e soprattutto nei mesi del lockdown dare voce alle tante parrocchie, rompendo quel muro di silenzio e solitudine che il Covid–19 aveva provato a gettare intorno ad ogni comunità ecclesiale.

Anche grazie alla nascita di una versione blog della pubblicazione, inDialogo è riuscito a far sentire il battito del cuore della Chiesa di Nola, anche durante il  forzato isolamento, pur tra l’enorme flusso di dati e nere notizie sulla tragedia che il nostro Paese ha vissuto dall’inizio di marzo.

A settembre ricominceremo, con nuovo entusiasmo e nuovi traguardi, per continuare ad essere, insieme a voi, fedeli lettori, «comunicatori di bene».

Questa la prima. 

Come sempre, anticipiamo l'editoriale di Mariangela Parisi

La parrocchia è casa se c'è un popolo che annuncia Dio

Anche in diocesi, secondo i dati Istat, si fanno meno figli: il desiderio di averne non è sufficiente a sfidare le preoccupanti difficoltà economiche e l’incertezza sul futuro che tanti giovani sono costretti ad affrontare. Si tratta di un dato che rimanda a quei cambiamenti sociali e culturali che, per la rapidità con cui stanno avvenendo, ancor più, credo, che per la loro complessità, creano fatica in questo tempo anche alla Chiesa, ‘ovunque dispersa’, che stenta a dialogare con i diversi e diversificati interlocutori dell’oggi: un dialogo ‘stentato’ soprattutto perché la Chiesa sembra non riuscire più a farsi capire. Credo si possa parlare di una vera e propria ‘crisi’ comunicativa che ha portato le comunità a rinchiudersi o a scervellarsi per cercare di trovare occasioni di partecipazione alla vita comunitaria che non di rado si sono rilevate effimere nella sostanza quanto le luci dei fuochi di artificio in una notte d’estate. Eppure, nonostante ciò, sempre, le comunità cristiane riescono ad attrarre, riescono ad essere viste nella loro intima bellezza di ‘casa di Dio’: anche una sagra o un torneo di calcetto diventano occasione di incontro, di inizio di un dialogo fecondo e duraturo con chi ancora non ha potuto scoprire che «Dove c’è parrocchia c’è casa», e c’è famiglia. Ma come non esiste la ‘famiglia Mulino Bianco’ – emblema della felicità immobile – così non esiste la ‘parrocchia Mulino Bianco’, la parrocchia perfetta, la parrocchia quale luogo di inumana santità. E può accadere che l’idillio scoppiato, magari sotto un cielo stellato, poi finisca: e arrivi il momento della scelta. Restare o andare? Domanda che mi pare emersa forte dopo il periodo del lockdown e che ha visto molti dire ‘sì’ al mare e ‘no’ alla Domenica, all’Eucaristia. Ed è in questi casi che le parole sembrano alla Chiesa venire meno, anche alla Chiesa nella sua dimensione particolare, quella parrocchiale. Ed è in questi casi che anche la parrocchia può arrivare a ‘scegliere di non fare figli’, di cedere il passo al quotidiano pragmatismo piuttosto che confidare nella Provvidenza. 

Il documento della Congregazione per il Clero, La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, credo sproni proprio a riscoprire il desiderio dell'annuncio e la Provvidenza stessa aprendo la comunità al per sempre dell’amore comunitario, che è tale al pari di quello matrimoniale. Un amore che si sceglie ogni giorno e che per questo richiede resilienza e successivo cambiamento, nella fedeltà a ciò che però garantisce l’esistenza: l’amore in Cristo, come ricorda oggi San Paolo nella liturgia. Le indicazioni del documento – che presenta come strade di cambiamento vie già costruite – mi pare non invitino a pensare modalità attrattive ma modalità contestuali di annuncio cui ogni membro della comunità, secondo il proprio grado di partecipazione al sacerdozio comune, è chiamato a dare contributo, e che è chiamato a vivere, memore che la Grazia ci precede sempre, che il Signore è già in Galilea, dove non attende i soli presbiteri, i soli laici, i soli religiosi o i soli diaconi, ma attende il suo popolo, il popolo di Dio.

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