Nessun uomo è il suo fallimento

La parrocchia San Bartolomeo Apostolo e Giovanni Battista di Tufino, apre la festa patronale con un incontro culturale dedicato a chi vive il carcere

 

di Italo Prisco

seminarista

 

È troppo facile credere nella resurrezione dei morti: troppo facile, lontano, anche astratto per qualcuno. Nel dimenticatoio del carcere, Dio affina la sfida: sforzatevi di credere alla resurrezione dei viventi. Di chi sbaglia, di chi fallisce, di chi ha bestemmiato gli uomini, pure Dio.

Con questi sentimenti, la comunità parrocchiale di Tufino, San Bartolomeo Apostolo e Giovanni Battista, lo scorso ventitré agosto, alla vigilia della festa patronale, convocata dal parroco, don Angelo Schettino, si è incontrata per un confronto culturale, durante il quale, ha avuto la gioia di contemplare, attraverso storie di detenuti, come Dio, nel chiuso del carcere – luogo che narra di dolore, penitenza e mortificazione – si “diverta” a reinventare un uomo nuovo.

Don Angelo, citando S. Giovanni Bosco, “l’educazione è cosa del cuore”, ha pensato di organizzare questo incontro, in continuità con i suoi predecessori, per la promozione della cultura come opportunità di interrogarsi per divenire più umani. Questa serata, a conclusione del novenario in preparazione alla festa, si è pienamente inserita nella storia dell’apostolo Natanaele: l’eterno figlio che si è fidato di Dio che stava inventando una geografia nuova, anche in quei luoghi dove sembrava che “non ci fosse nulla di buono” (Gv 1,46).

Al centro della serata, la presentazione di un libro, risultato di un laboratorio di scrittura creativa e curato da Paola Romano, docente di sostegno di scuola primaria e volontaria Caritas, dal titolo Liberi di raccontare. Oltre le sbarre: un inno alla speranza perché ci insegna a non restare prigionieri del passato e a considerare il fallimento “un modo in cui la vita ci invita a muoverci in un’altra direzione” (Oprah Winfrey).

Era presente don Franco Esposito, direttore dell'Ufficio per la Pastorale Carceraria della Campania e cappellano del carcere di Poggioreale che, attraverso il suo “motto”, ci ha consegnato il suo progetto di vita, lo stile che cerca di incarnare in quel luogo: "Noi siamo non per, ma con i detenuti”. Egli non interroga, non chiede; si fa compagno di viaggio e ascolta, tentando di intercettare feritoie di futuro nelle ferite dell’oggi.

Abbiamo avuto la gioia di ascoltare anche il vescovo emerito Beniamino Depalma, il quale, citando l’Evangelii Gaudium, “Ogni uomo è terra sacra”,  ha esortato a rivolgersi all’uomo come ci si avvicina all’Eucaristia, perché l’uomo è icona vivente di Dio. Nessun uomo è condannato una volta per sempre e può essere emarginato. Nessun uomo è il suo fallimento. Al di là dello sbaglio, l’uomo conserva la sua verità e la sua dignità. Da quando Gesù si è incarnato, ogni uomo è carne di Cristo, nonostante i delitti, e se è carne di Cristo, ogni uomo ha come vocazione la resurrezione e la vita. Dobbiamo cambiare sguardo: i carcerati sono uomini come noi, soltanto che nella vita non hanno avuto la compagnia di uomini e donne che potessero sostenere il cammino della loro umanità, capaci di far vedere la bellezza dell’umano, della vita. Depalma ha indicato una terapia per aiutare queste persone: la forza del calore umano. I carcerati sono uomini violenti, arrabbiati perché non si sentono amati. Bisogna guardare l’uomo nel suo cuore, non nei verdetti dei giudici. C’è, ancora, un altro senso miracoloso: il toccare. Gesù toccava. Toccare significa “sono con te”, “sono solidale con te”, “mi prendo un pezzo della tua storia”, “non sei solo”. “Toccare è toccarsi” (M. Merleau-Ponty): toccando l’altro, tocco le mie ferite; accogliendo l’altro nella sua debolezza, consapevolizzo la mia costitutiva fragilità, mi lascio ferire dal peccato dell’altro.

Quelle ascoltate a Tufino sono storie piene di speranza, non di gente rassegnata, che vuole farcela, piene di tanto desiderio di vita, di futuro, ma ci vuole qualcuno che questo desiderio lo faccia venir fuori e glielo ponga davanti agli occhi. C’è bisogno di cirenei che si mettono accanto e sussurrano “ce la puoi fare!”. Noi, con il nostro sguardo, abbiamo il coraggio di dare speranza? C’è un futuro per tutti! Proviamo a dire a chi ci ha offeso: ti sognerò come ancora non sei!

 

 




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