La verità si cerca, non si fugge

L'approfondita riflessione di don Salvatore Purcaro sul Vademecum della Congregazione per la Dottrina della Fede "Alcuni punti di procedura nel trattamento dei casi di abuso sessuale di minori commessi da chierici" : uno strumento da inserire nella formazione permanente del clero e nel progetto pastorale delle diocesi.



a cura di don Salvatore Purcaro

docente di teologia morale e Referente diocesano per la tutela dei minori

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha curato un Vademecum per accompagnare i Vescovi e gli ordinari al cospetto del doloroso caso di chierici accusati di presunti abusi sessuali. Non si tratta di nuove norme – precisa il Dicastero – ma di una ripresa in chiave sistematica, quasi nella forma del manuale, delle disposizioni e degli orientamenti già emanati nel recente passato. In particolare, come è dichiarato in premessa, si recepiscono come fonti il Codice di Diritto Canonico e l’omologo per le Chiese Orientali, il Motu proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela di Giovanni Paolo II, del 2001 e ampliato da Benedetto XVI nel 2010, il Motu proprio Vos estis lux mundi, varato nel 2019 da Papa Francesco.

Suggestiva e densa di significato è l’immagine richiamata dal Cardinal Prefetto Monsignor Ladaria, il quale afferma che la Congregazione per la Dottrina della Fede «dalla notitia criminis alla definitiva conclusione della causa intende prendere per mano e condurre passo passo chiunque si trovi nella necessità di procedere all’accertamento della verità nell’ambito dei delitti».

È proprio questo “prendere per mano” lo scopo principale del documento che di fatto esprime e manifesta la rinnovata sollecitudine ecclesiale verso i casi di abusi che offendono in maniera lacerante la stabilità e la credibilità dell’azione pastorale della Chiesa. Mai si può tacere o disconoscere che tali ferite, oggi più che mai, vadano affrontate con determinazione e giustizia. Va ribadito lo scandalo e la grave colpa di chi si macchia di tali crimini, ma altrettanto va riaffermato che lo stesso modo di procedere nella trattazione di questi casi non può dimenticare la necessaria opera di evangelizzazione di tutta la Chiesa.

Mi pare possibile a questo punto allargare l’orizzonte della riflessione ed estendere la fruibilità del Vademecum, nella consapevolezza che non basti emanare leggi e norme repressive e non ci si possa fermare alla pur necessaria e indispensabile azione preventiva: è auspicabile affrontare e seguire i casi con la imprescindibile virtù evangelica del discernimento comunitario. Se tanto è stato fatto e discusso sulla linea repressiva e preventiva, oggi è benemerito questo “percorso guidato” per aiutare i Vescovi e le Diocesi a fare verità nelle disparate situazioni etiche nelle quali si trovano a vivere le persona all’interno della comunità cristiana. In altre parole, stante l’oggettiva difficoltà a vivere il discernimento comunitario è fondamentale ripensare il tema in chiave pedagogica, al fine di ravvivare l’impegno a ricercare la verità. Per questi motivi, al di là del caso specifico da affrontare, il documento si rivela una proposta e una dinamica utile in tutti gli ambiti della vita diocesana e parrocchiale; ben oltre la patologia o la criminosità di alcuni atti manifesti. È per questo motivo che per estensione il testo può aiutare tutte le diocesi, le parrocchie e i singoli parroci a trovare una linea guida, quasi un canovaccio per affrontare tante questioni che, anche se non si configurano come abusi sessuali, chiedono un percorso di discernimento e di trattazione in coscienza. Mi piace sottolineare che i problemi ecclesiali, intesi come “abusi”, non siano da relegare all’ambito esclusivo della sessualità: ci sono abusi di potere, abusi nella gestione del denaro, abusi nella liturgia, abusi nella pastorale, abusi nei rapporti affettivi, abusi nelle scalate carrieristiche. Non a caso Papa Francesco, convocando in Vaticano nel febbraio 2019 i Presidenti delle Conferenze episcopali del Mondo per affrontare il dramma degli abusi, ha indicato il clericalismo come una radice dalla quale partono anche i mali nell’ambito della sessualità. Il Vademecum per questo offrendo una traccia, oltre il caso penale, può favorire cammini di vera umanità nella ricerca della verità e dell’onestà nella vita e nel ministero sacerdotale. Lo si potrebbe definire, pertanto, uno strumento da inserire nella formazione permanente del clero e nel progetto pastorale delle diocesi.

Richiamo a tale scopo alcuni passaggi significati, estendibili anche ad altri “abusi” cui si faceva riferimento in precedenza.

Un primo passaggio riguarda l’accoglienza, ascolto e accompagnamento sia della vittima che dell’accusato. Il dramma degli abusi ci obbliga non solo a fare salva la legge canonica, codice alla mano, ma a prendersi cura delle persone, dei loro interessi e orientamenti; delle loro storie e delle loro ferite. Da un dramma che la Chiesa sta vivendo circa gli abusi sessuali, forse potrà rinascere una comunità che non si limita a emanare leggi e decreti, ma sa accompagnare cammini di crescita. Parimenti una Chiesa che cammina anche negli ambiti della moralità in maniera sinodale, evitando quelle disparità di trattamento da diocesi a diocesi. Anche in questa emergenza sarà necessaria un’attenta lettura sapienziale. Non si può dimenticare la dinamica evangelica della conversione e del ravvedimento, né si può disconoscere che la dimensione della colpa ingloba dinamiche affettive e relazionali da considerare attentamente e separatamente. Bisogna evitare il rischio del giustizialismo e riscoprire la misericordia e la riconciliazione anche in un ambito in cui le logiche emotivistiche e le pretese giornalistiche, spesso in maniera morbosa, chiedono “cadute di teste”, più che purificazioni di cuori. Questo non significherà copertura, spostamenti, occultamenti, mistificazioni: fare verità è un impegno più ampio del fare pulizia. Per questi motivi anche se «il compimento del delitto è manifesto», afferma il Vademecum, «all’accusato deve essere sempre garantito l’esercizio del diritto di difesa». Al contempo, nel capitolo 9, si sottolinea che fin da quando si ha la notizia di un possibile delitto, «l’accusato ha diritto di presentare domanda di essere dispensato da tutti gli oneri connessi con il suo stato di chierico, compreso il celibato, e, contestualmente, dagli eventuali voti religiosi». Inoltre, l’accusato può presentare appello contro una procedura penale o ricorso contro una procedura amministrativa, mentre la decisione del Sommo Pontefice è inappellabile. Tra le righe di questi passaggi non irrilevante è l’attenzione ad accompagnare lo stesso Vescovo diocesano che spesso si trova nella solitudine di percorsi e decisioni non facili da gestire, con la difficoltà anche personale a trovare sostegno in situazioni che preoccupano e angosciano il suo cuore pastorale.

Un altro ambito necessario in ogni azione pastorale e che può offrirsi come traccia oltre i delicta graviora è la verifica attenta di qualunque informazione e in qualunque modo se ne giunga in possesso, anche in forma anonima, ad eccezione della violazione del sigillo confessionale. Si tratta di una verifica scrupolosa ed accurata di qualunque informazione ricevuta da un ordinario su un presunto caso di abuso. Anche se non c’è stata denuncia formale, anche se la notizia è stata diffusa dai mass-media, inclusi i social network, anche se la fonte è anonima, il documento suggerisce di valutare attentamente ogni informazione recepita e di approfondirla. Mi pare importante quest’aspetto in quanto spesso si sottovalutano le voci, non di rado derubricate a livello di semplici pettegolezzi. C’è da fare attenzione, è chiaro che per un’accusa sono necessarie prove documentate, ma il susseguirsi di chiacchiericci, un abitare imprudente i social, un atteggiamento discutibile, appartiene alla concretezza di un vissuto da attenzionare, un campanello d’allarme per iniziare a prendersi cura di quella persona che forse può nascondere un malessere e a volte invocare implicitamente un aiuto. Non si può trascurare ogni elemento utile a fare verità, impedendo che a volte tali atteggiamenti, conosciuti per pettegolezzi e mai affrontanti per discernimento, diventino un’onta sottile e malevola che minacciando la buona fama di quella persona le impedisca una presenza serena in parrocchia o determini un impedimento latente ad altri ministeri ecclesiali. Se lo scopo è custodire la buona fama di una persona e non certamente distruggere la sua credibilità, allora non bisogna temere di prendere sul serio ogni voce sul suo conto per aiutarla e sostenerla.

Custodire la buona fama esige – ricorda il Vademecum - mantenere il Segreto d’ufficio e la prudenza nei comunicati pubblici delle diocesi. In più punti, infatti, si ricorda l’obbligo di rispettare “il segreto d’ufficio”, non è un'ingiunzione al silenzio per i familiari e per la stessa vittima, tanto meno una lesione della libertà di stampa, piuttosto si chiede quella necessaria discrezionalità che serve a maturare la posizione e a fare le opportune verifiche. Sarebbe auspicabile che tale impegno al segreto si riscoprisse come virtù in ogni ambito ecclesiale e nelle comunicazioni personali tra sacerdoti e vescovi in vista di servizi ecclesiali o incarichi da assumere. Un paragrafo si sofferma, poi, sui comunicati pubblici che si debbano diffondere durante un’indagine previa: in questi casi, si raccomandano la cautela e l’uso di forme “essenziali e stringate”, senza “annunci clamorosi” e senza chiedere scusa a nome della Chiesa perché, così facendo, si finirebbe per anticipare il giudizio sui fatti. È l’impegno a garantire la presunzione d’innocenza fino all’ultimo grado di sentenza, ma anche a evitare di prendere le distanze da chi ha sbagliato o si presume tale, volendo ripulire troppo frettolosamente la propria immagine diocesana macchiata da quel chierico.

Come quarto aspetto si evince l’importanza della collaborazione Chiesa/Stato. Ad esempio, si sottolinea che «anche in assenza di un esplicito obbligo normativo, l’autorità ecclesiastica presenti denuncia alle autorità civili competenti ogni qualvolta ritenga che ciò sia indispensabile per tutelare la persona offesa o altri minori dal pericolo di ulteriori atti delittuosi». Al contempo, si ricorda che «l’attività di indagine deve essere svolta nel rispetto delle leggi civili di ogni Stato». Pare questo un aspetto importante da sottolineare e riscoprire nel cammino ecclesiale. Lo abbiamo visto anche nell’ambito della Pandemia: la collaborazione tra stato e chiesa è essenziale ai fini del bene comune e anche della tutela salute pubblica. Si tratta di mantenere il reciproco rispetto, senza cadere in indebite sottomissioni, ma al contempo di collaborare secondo lo stile della Gaudium et spes che ci mostra l’identità di una chiesa nel mondo contemporaneo alleata di chiunque promuova e mantenga il bene dei singoli e della collettività.

Infine il Vademecum chiede di evitare i trasferimenti dei chierici coinvolti. Pare questo un aspetto da considerare per tante situazioni pastorali. Quante volte, senza arrivare al tema degli abusi, si fraintende il trasferimento come una soluzione a malesseri esistenziali che attanagliano il chierico. Quante volte gli spostamenti di parrocchia o di incarico appaiono delle fughe da se stessi prima ancora che degli occultamenti di reati di moralità. Si tratta di affrontare i propri limiti, imparare a gestire i conflitti, fare verità sui pettegolezzi attraverso un dialogo sincero e aperto con la comunità. Non è mai una soluzione andare o mandare altrove: la verità si ricerca non si fugge.

Nel suggerire la lettura e l’approfondimento del documento si racchiude la speranza che il cammino ecclesiale possa avvalersi di un ulteriore strumento utile a crescere in quel dialogo fraterno e fiduciario che non lasci nessuno solo nell’affrontare o accompagnare situazioni così delicate.




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