La parrocchia e il suo cambiamento

Spunti di riflessione del direttore dell'ufficio catechistico diocesano, a partire dall'ultima istruzione della Congregazione per il Clero

 

a cura di don Filippo Centrella

direttore Ufficio catechistico diocesano

 

Non ammette più ritardi l’appello rivolto dai Vescovi nell’ultima istruzione La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa che rimette al centro la questione della cura pastorale delle comunità parrocchiali. I punti iniziali del documento creano “l’orizzonte di fondo” entro cui trovano senso anche i paragrafi successivi che approfondiscono, tra gli altri, i temi della possibile riorganizzazione diocesana delle parrocchie, del ruolo fondamentale del parroco,  della promozione dei ministeri parrocchiali laicali.

Ciò che più risalta, tuttavia, è l’accorata sollecitazione al cambiamento: la parrocchia, così com’è, oggi non ha più nulla da dire al mondo di oggi. Spesso ci si lamenta che essa sia diventata, ormai, un “distributore di cose sacre” o, al massimo, un luogo ove sia ancora possibile ricevere un’offerta educativa qualitativamente migliore di altre. Preoccupa, tuttavia, che “la domanda” di chi bussa alle porte delle nostre chiese eluda proprio ciò che motiva l’esistenza stessa delle parrocchie: l’annuncio della Parola, la celebrazione consapevole delle liturgie, la possibilità di una graduale conversione di vita che faccia diventare ciascun credente lievito di una nuova umanità.

Il cambiamento necessario prevede, dunque, alcune impostazioni che abbiano lo scopo di convertire uno stile obsoleto, ancora troppo caratterizzante l’agire nelle nostre parrocchie:

  • Inculturazione (cfr. n.4): viene ricordato, riprendendo la Gaudium et Spes, che non è più tempo di temere la cultura o, addirittura, separarsene. C’è, piuttosto, una “comunione” da recuperare tra Chiesa e cultura, attraverso un “incontro fecondo” (n.4) che potrebbe arricchirle entrambi: «da una parte, la Parola di Dio si incarna nella storia degli uomini rinnovandola; dall’altra, «la Chiesa[può essere arricchita, e lo è effettivamente, dallo sviluppo della vita sociale umana».
  • Scelta missionaria. Perché il Vangelo possa essere “seminato” nella cultura di oggi, è tuttavia necessario conoscerne la “configurazione”. Si recuperi, perciò, uno slancio missionario, che porti la Chiesa ad assumere decisamente il movimento dell’uscita. Non si tratta tanto di “andare verso”, ma di “stare dentro” la cultura. Si potrebbe quasi affermare, invertendo la metafora, che siano le attuali istanze culturali a dover “entrare” nella Chiesa, perché questa possa in esse impiantare il Vangelo.
  • Territorio esistenziale. Ecco l’altra espressione “nuova” (cfr. n. 16) scelta per il documento che evoca significati ulteriori. In quale “territorio” è inserita oggi la parrocchia? Esso non può più definirsi come “spazio geografico delimitato”, perché l’avvento dei social ha mutato anche il significato di questo concetto: «infatti […] la vita delle persone si identifica sempre meno con un contesto definito e immutabile, svolgendosi piuttosto in “un villaggio globale e plurale”». Questo nuovo “assetto geografico” costringe anche ad una revisione totale dell’impostazione pastorale delle nostre comunità, invitate a superare frontiere inesplorate, come quelle dello «spazio digitale» che la cultura digitale contemporanea ha risignificato, investendo su linguaggi più appropriati soprattutto alle nuove generazioni.

Inculturazione, missionarietà e “territorio esistenziale” sono state, tra le altre, le “parole d’ordine” del Sinodo diocesano che disegnavano l’orizzonte di fondo su cu immaginare una rinnovata azione pastorale nella nostra Chiesa nolana. L’assise sinodale non domandava tanto di investire su nuove strategie o iniziative pastorali, quanto piuttosto di recuperare uno sguardo “intelligente e credente” (Documento finale del Sinodo, p. 93) capace di creare empatia verso la società contemporanea a cui rivolgere l’annuncio di salvezza. Se la “missionarietà” dice la modalità, l’inculturazione dice lo scopo: avere la capacità di andare oltre i segni di sfiducia e di rassegnazione per intercettare, piuttosto, quei “segnali positivi” (senso di appartenenza, impegno verso le fasce più deboli della comunità, richiesta di aggiornamento formativo permanente, ecc.) che permettono alla comunità cristiana di dare il proprio contributo al presente.

La sollecitazione ad abitare il nuovo “territorio esistenziale” rappresentò un’ulteriore sollecitazione emersa dal Sinodo, come urgenza improrogabile: «le veloci rivoluzioni digitali del mondo della comunicazione, generatrici di una nuova agorà, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni […] ci pongono, come Chiesa, innanzi a nuove sfide culturali che esigono un modo nuovo di coniugare Parola e vita, vangelo e cultura. Una particolare attenzione va, dunque, dedicata ai nuovi linguaggi, riconoscendo quanto un loro uso intelligente sia necessario per una comunicazione efficace della fede» (Documenti finale, p. 116). Infatti, alla luce dell’ultima emergenza sanitaria trascorsa, tutti abbiamo potuto comprendere la necessità di avere quelle competenze, anche in campo comunicativo, utili a “dialogare” anche con le nuove generazioni (nativi digitali) utilizzando le stesse piattaforme linguistiche. Di qui si deduce, quindi, la necessaria revisione dell’impianto formativo proposto agli operatori pastorali che deve prevedere, conseguentemente, moduli formativi in questo ambito.

L’augurio è che questo documento non trovi, come spesso accade, solo posto nello scaffale dei “documenti magisteriali”, ma possa “incarnarsi” concretamente in un nuovo stile pastorale che non può più essere posticipato.

 

 




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