Vesuvio, dove la natura sfida la devastazione

Una passeggiata tra le zone del Somma-Vesuvio devastate dagli incendi di questa estate

Basta osservare il monte Somma e il Vesuvio dalle città a valle, per comprendere quanto sia tutto cambiato dopo i disastrosi incendi del luglio scorso. Il complesso che costituisce il Parco nazionale del Vesuvio porta tutti i segni di quei giorni in cui fu avvolto da una enorme nuvola nera, quasi a simulare un’eruzione. Macchie marroni spuntano ovunque nel verde della montagna. Salendo su dal versante di Ottaviano si possono osservare da vicino i danni.

Ci accompagna Umberto Saetta, esperta guida del Parco. «La devastazione subita dal Somma e dal Vesuvio è assai superiore persino alle stime delle istituzioni, poiché dall’alto non si tiene conto di certi danni che andrebbero verificati punto per punto. È andato perso più di un terzo del Parco nazionale del Vesuvio». Un vero e proprio disastro per l’area protetta. «Si è perduto il lavoro di anni e anni. Fino a prima degli incendi si contavano circa 20mila persone all’anno che salivano a fare trekking. Ora non so dove portare più i turisti: buona parte della sentieristica è impraticabile, ci stiamo inventando percorsi alternativi laddove è possibile».

Camminando su per il monte si cominciano a intravedere i primi segni chiari del disastro: una foresta di pini inceneriti giace a terra. Il sentiero, frutto del lavoro dei volontari che dagli anni ’90 si sono spesi per il turismo sul Somma-Vesuvio, non esiste più. Ma il danno non è solo alla bellezza dei luoghi, esiste un rischio idrogeologico di cui si è parlato ampiamente fin dai giorni dell’incendio: distrutta la vegetazione, c’è il rischio che il terreno non tenga. Lo vediamo con gli occhi nostri: alle prime piogge è franato per circa 300 metri, nel primo chilometro del sentiero che conduce alla vetta del Vesuvio. «Non voglio creare allarmismo: non dovrebbero esserci problemi per le popolazioni dei paesi vesuviani a valle, tuttavia resta il rischio idrogeologico per la montagna. Con le prime piogge autunnali e con l’inverno in arrivo, rischiamo fenomeni come questo, se non peggiori».

E difatti le bonifiche sono la prima cosa da fare, ora che il presidente del Parco Agostino Casillo ha lanciato il Grande progetto Vesuvio: 7 milioni di euro per rilanciare l’area protetta. «La cosa più importante in questo momento è non forzare la mano: dobbiamo lasciare fare alla natura, che ne sa più di noi. L’unica attività dell’uomo deve essere quella di regolamentare il processo naturale di riforestazione, d’altronde lo prevede anche la legge». E dal disastro già affiora una speranza: un piccolissimo nuovo albero germoglia fra altri tre distrutti dal fuoco. «Ecco un esempio di quanto dicevo: la foresta rinasce da sola, qui l’uomo deve solo provvedere a tagliare gli alberi andati persi e favorire la crescita di questo albero “figlio”».

Il Somma e il Vesuvio sono infatti sopravvissuti regolarmente alle eruzioni che nei secoli si sono succedute, sono abituati a rigenerarsi dopo le catastrofi. Proprio negli ultimi anni il Parco aveva raggiunto il suo massimo splendore: ora bisogna ricominciare tutto daccapo. Ma come si è arrivati al disastro di luglio? «Credo si sia giunti impreparati alla “stagione degli incendi”. Non credo a un’unica strategia criminale, la verità è che l’attività di un piromane o la semplice dimenticanza di un contadino, e qui ce n’è tanti, che lascia un fuoco di sterpaglie appiccato nel proprio terreno, può portare a un incendio». Che, sottovalutato e non arginato in tempo, può portare al disastro del luglio scorso. E ora quanto ci vorrà per riavere il Parco come era un tempo? «Quaranta anni circa, la montagna sa rigenerarsi da sola e in breve tempo. Ma la prossima volta dovremo farci trovare pronti davanti a un’emergenza come quella del luglio scorso». Già, perché stavolta non è stato così*. 

 

*l'articolo è stato pubblicato su inDialogo di Settembre 2017, Dorso XI di Avvenire




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