Scelti tra la messe per servire la messe

Nei giorni 12–15 aprile, oltre 170 seminaristi, accompagnati da molti formatori, hanno partecipato al 62° Convegno Nazionale Missionario. Li hanno aiutati a riflettere sul «grido della messe» monsignor Pierbattista Pizzaballa, don Francesco Iannone e chi scrive, in qualità di Segretario Nazionale Missio–Pontificia Unione Missionaria, organismo pastorale della Cei.

Quanto di importante emerso in quei giorni è confluito nel documento finale inviato alla Segreteria del XV Sinodo dei vescovi, che si terrà in ottobre a Roma, perché la «Missio ad Gentes», di cui la Chiesa è strumento, sia centrale in ogni proposta e risposta all’umanità: «Missione, infatti, – si legge nel documento – non è solo proporre un insieme di precetti o di dottrine, né una sorta di giudizio e nemmeno il nostro ergerci come superiori, quanto il narrare, il testimoniare l’esperienza di un incontro gratuito con Cristo, che cambia il cuore, che entra nella storia di ciascuno, facendo nascere una nuova ed inesauribile capacità di relazione diversa da tutte le altre. Sono questi i due termini su cui ci siamo particolarmente soffermati: incontro e relazione. Un incontro: esperienza di educazione dello sguardo e del cuore, nel senso etimologico di e–ducere, di ricondurli a Cristo; un incontro che dà nuova forma alla vita, la forma stessa di Cristo. Una relazione: è la relazione di chi, chiamato ad annunciare e testimoniare il Vangelo, sa di non essere solo, ma sempre inviato dal Signore a condividere la missione della Chiesa e con la Chiesa; è la relazione che non ha paura di lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro; è la relazione che nasce con chi accoglie il nostro annuncio; è la relazione che costituisce le nostre comunità, dalla più piccola alla più grande. Missione qualifica uno stile di reciprocità e di alleanza, e non più un movimento dal centro alle periferie. Compassione, pertanto, prima che virtù morale, è attitudine esistenziale, è vivere con passione, condividendo l’ascolto, lo sguardo e il cuore di Cristo. Vogliamo perciò essere seminaristi e diventare preti che recuperino la bellezza del percorrere, del correre–per, del correre cioè non per voglia di attivismo, ma con il desiderio dell’incontro, con la passione per l’altro, per risvegliare nelle coscienze il desiderio dell’incontro con Dio. Missione è realtà dello scambio, appello a quello spazio più interiore che è il cuore dell’uomo, da dove nascono poi intenzioni e azioni buone che cambiano il mondo. Dobbiamo dunque ritrovare, sostenuti dallo Spirito, la passione per Dio, per l’umanità, specialmente per i poveri e per il mondo. Non possiamo perciò dimenticare quella forma unica e privilegiata di compassione che consiste nella dolce responsabilità della nostra chiamata alla preghiera per il nostro popolo, per questa messe: il seminarista/sacerdote è uomo della messe, scelto tra la messe per la messe»*

 

*Il contributo è stato pubblicato sul inDialogo di Maggio 2018

 

 

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