Storia di un corpo. Pennac secondo me.

 

Non credo di andare molto lontano dal vero se affermo che l’uomo medio ha un’idea vagamente platonizzante circa il rapporto dell’anima col corpo. Al filosofo greco, infatti, si attribuisce (in verità con qualche parzialità) un forte dualismo tra la prima e il secondo: il corpo è la prigione dell’anima. Con un po’ di azzardo, si può dire che l’avvio del romanzo di Daniel Pennac, Storia di un corpo, lascia intravedere un uguale dualismo, ma basato su un assunto diverso: è l’anima ad essere la prigione del corpo.

Abbassate un po’ il volume della prima, ascoltate il corpo, e otterrete la più autentica delle biografie, anzi l’unica biografia possibile – potremmo azzardare – se “biografia” etimologicamente è bíos (vita) + grafèin (scrivere). Non a caso, in apertura, si annuncia che le pagine del diario a seguire (il romanzo è appunto in forma di diario) si propongono “di distinguere il corpo dalla mente, di proteggere il corpo dagli assalti dell’immaginazione, e l’immaginazione dalle manifestazioni intempestive del corpo” (pag. 19). Insomma: scrivere la vita di un uomo, e forse anche di un’epoca (guerra, dopoguerra, contemporaneità), i suoi drammi, le sue conquiste, le sue piccole meschinità, raccontando le vicissitudini del suo corpo, ponendo il punto di vista al margine estremo dell’occhio umano: questo è quel che prova a fare l’autore.

Del resto, Paul Valery ci aveva avvertito che “ciò che vi è di più profondo nell’uomo è la pelle”, e non per incensare la superficialità ma per segnalare che esiste una “profondità di superficie” (per quanto ne so il copyright di quest’ultima espressione è di Gilles Deleuze), che costringe l’autore del diario, ormai in età avanzata, a dire che “A malapena ho sfiorato questo corpo che volevo descrivere” (pag. 332). E così, in questo Journal d’un Corps (“Diario di un corpo”, tale è il titolo originario), il protagonista Domenica 27 gennaio 1952 scrive che “Diventare padre significa diventare monco. Da un mese a questa parte ho solo un braccio, l’altro regge Bruno. Monco dall’oggi al domani. Ci si fa l’abitudine”; oppure Martedì 1 febbraio 1949 confida, a proposito di una ragazza che frequenta “E poi, non mi piace il suo odore. Lei mi piace, ma non la sento. In amore, non c’è peggior tragedia”. E dopo i racconti della effervescente forza della gioventù, del lavoro, della vita familiare, il resoconto del declino e della malattia: “Martedì 14 settembre 2010. Più mi avvicino al termine, più ci sono cose da annotare, e meno ne ho la forza. Il mio corpo cambia di ora in ora. La sua disgregazione si accelera man mano che le funzioni rallentano. Accelerazione e rallentamento. Mi sento come una moneta che finisce di ruotare su se stessa”. E con splendida ironia (tutto il diario è attraversato da battute spassose e delicate) alla fine annoterà “Basta trasfusioni. Non si può vivere eternamente alle spalle dell’umanità”. Fine.

Le pagine sono affreschi di giornate banali, avvenimenti corporei e pericorporei che realmente edificano la nostra vita mentre noi siamo occupati a fare altro. Ci sarebbe tanto su cui elucubrare ma qui non c’è spazio, e poi devo pur lasciarvi un po' di curiosità. Dico solo che, a mio più che modesto avviso, è un romanzo fortemente spirituale. D’altronde “non è la sensualità che allontana da Dio ma l'astrazione” (Nicolas Gomez Davila).

L’edizione economica Feltrinelli costa 9 euro e 50.

 

 

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