La Croce insegna la provvisorietà di ogni precarietà

 

 

L'indimenticabile don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, per uno dei tanti suoi testi memorabili, si ispirò ad un fatto avvenuto nel vecchio duomo della sua diocesi: il parroco spostò un crocifisso in terracotta per restaurarlo e collocò ai suoi piedi un cartello con la scritta «collocazione provvisoria». Espressione che il venerato vescovo usò poi per descrivere il mistero della croce.

Questa dimensione «esistenziale» è molto giovane ma nella semantica odierna, la precarietà o la provvisorietà hanno un’accezione totalmente negativa.

I precari nel mondo del lavoro sono coloro che non hanno un contratto a tempo indeterminato, schiavi del tempo circoscritto della loro esperienza lavorativa; i precari sono coloro che hanno un equilibrio fisico o mentale non proprio al top.  Un giovane, terminando i suoi studi superiori, si affaccia sulla dimensione precaria della sua vita: può scegliere di continuare gli studi e di inserirsi in quella giungla darwiniana che è la nostra Università, dove si è costretti a farsi le ossa tra aule da cercare per seguire i corsi, avventure quotidiane per raggiungere l’Ateneo, giornate di esami interminabili, dove vivi spasimi rispetto all’umore del giorno di molti professori insoliti. La matricola, nella prosecuzione del suo cammino accademico, inizierà a pensare al futuro, alla sua probabile precaria esistenza, all’incapacità di inserirsi nel mondo del lavoro. Così pure il giovane che decide di inserirsi nell’ambito lavorativo, sa di poter rischiare l’etichetta di «scansafatiche» o la più recente, quella di «bamboccione»; aumentando il disagio in una situazione di provvisorietà, che porta stanchezze, delusioni, o la rassegnazione per una realtà non migliorabile, in cui (soprattutto nelle nostre terre) ha bisogno di spinte illegali o di raccomandazioni, che aumentano servilismo o clientelismo alla nostra già corrotta politica. Il quadro della precarietà giovanile è disarmante e non lascia sperare buoni frutti di miglioramento.

Questa piccola o grande croce della vita di un giovane, però, interpretata nella dimensione credente, fa sorgere nel cuore un orizzonte di speranza.

La Croce di Cristo, come tutte le nostre, non ha il sapore della fissità o, come scrive don Tonino, il Calvario non è «zona residenziale». La provvisoria o precaria condizione è una fase dell’esistenza, un periodo determinato, breve o lungo, in cui è messa alla prova la maturità, il discernimento delle scelte di un giovane. Questa provvisorietà diventa così non solo una condizione di vita, ma una realtà esistenziale; dipende dalla nostra capacità di saper percorrere con la croce questo tratto di strada. Per questo, potrebbe anche non terminare mai il periodo provvisorio, se il nostro cuore avverte precarietà del vivere.

Tra le tante raccomandazioni che posso consigliare ad un giovane, mi preme sottolineare questa: attenzione ai passanti o a chi si mette sotto le vostre croci ad osservarvi.

Ricordate Gesù? Avrebbe potuto subire il fascino della discesa dal suo patibolo, tentato dalle ingiurie dei sommi sacerdoti: attenzione a chi vi propina facili vie d’uscita. La Croce è allergica al «tutto e subito!». Attenzione a chi aspetta una vostra caduta, la vostra morte interiore, trascinandovi in un vortice di illegalità o di clientelismo che mortifica e uccide il vostro futuro, passando per il male minore che risolve il vostro presente. Il credente sa sperimentare l’ora della prova, la mette nel conto; sa che il silenzio che circonda le croci non è abbandono di Dio al nostro destino infame, ma la nostra capacità di riconoscere la sua volontà nelle difficoltà, cercando la strada che dal nostro Golgota sale al giardino della Pasqua. Chi leggerà questo nostro intervento, potrà pensare che la precarietà giovanile con la croce sia un accostamento esagerato o una sopravvalutazione della questione. Ricordo però a tutti che ogni età ha le sue grandi o piccole difficoltà, le sue croci lievi o pesanti. L’importante è tener presente che in tutte le zone buie della nostra esistenza, dove sembra vincere l’oscurità della sofferenza, della debolezza e del limite, la collocazione (per tutti) resta provvisoria. 

 

 

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