Il discepolo non detta condizioni al Maestro

 

La chiamata all’evangelizzazione del mondo risuona ancora, risuonerà sempre.

Anche se la risposta appare inadeguata per questo nostro tempo, che ha fatto della divulgazione informatica la sua centralità, sembra quasi che l’annuncio del Vangelo sia diventato un affare dei social networks. Eppure Gesù chiama sempre e il chiamato risponde. La risposta è ubbidienza. È risposta a Gesù Cristo stesso che chiama. Chi risponde non ha altra giustificazione alla sua azione che la persona del chiamante. È il Cristo che chiama, il Figlio di Dio, il Signore. La missione non può avere altro centro che Lui, non ha altro scopo che comunicare l’amore che Lui ha per ogni persona e si realizza nel comunicare e partecipare la gioia che la fede dona a coloro che lo accolgono e lo condividono.

La prima conseguenza della chiamata è il discepolato: il seguirlo, l’andare dietro a lui.

Quel camminargli dietro è qualcosa assolutamente privo di ragionamento. Non è un programma di vita, non è uno scopo, neppure un ideale verso cui si possa tendere, secondo l’opinione comune non è qualche cosa per cui valga la pena di mettere a repentaglio se stessi. La chiamata alla sequela è vincolo alla sola persona di Gesù, è vincolo a Cristo, non a un’idea cristiana, a un sistema dottrinale, una conoscenza religiosa, anzi queste cose la escludono, le sono contrarie. Nei confronti di un ideale si può avere un rapporto di conoscenza, ci si può entusiasmare, forse si può volerlo attuare, ma in nessun caso si può avere un rapporto personale di sequela obbediente.

Un’evangelizzazione senza il Cristo vivo resta una evangelizzazione senza sequela, e una proclamazione del Vangelo senza sequela, senza il Cristo vivo, è un’idea, un mito.

Un’evangelizzazione dove c’è solo un Dio generico, senza Cristo il Figlio vivente, sopprime la sequela. Solo il Cristo, il Figlio incarnato, il mediatore, può chiamare al discepolato e alla missione. Il discepolato senza Gesù Cristo è una scelta autonoma di una via che può essere anche una via ideale, che può forse comportare il martirio, ma è senza promessa, senza Regno. Ci sono degli episodi nel Vangelo di Luca (9,57–62) che possono aiutarci a comprendere il discepolato: «Accadde però chementre si trovavano per via un tale gli disse: ti voglio seguire ovunque tu vada. Ma Gesù gli rispose: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. Disse poi ad un altro: Seguimi! Ed egli rispose: Signore, permettimi prima di andare a seppellire mio padre. Ma Gesù gli disse: lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ a predicare il Regno di Dio. Un altro disse: Signore, io ti seguirò, ma permettimi prima di an are ad accomiatarmi da quelli di casa mia. Ma Geù gli rispose: chiunque mette mano all’aratro e si volta indietro non è adatto al Regno di Dio». Il terzo candidato interpreta il discepolato negli stessi termini del primo, come iniziativa privata, come programma di vita personalmente scelto. A differenza del primo si sente però autorizzato a porre delle condizioni della sua scelta. Per lui essa dipende da condizioni e presupposti.

Così l’andare dietro a Gesù diventa umanamente comprensibile. Il candidato si mette a disposizione di propria iniziativa e vanta il diritto di porre le sue condizioni, è questo non è discepolato, è un programma di vita prescritto a se stesso come ideale. Le sue condizioni eliminano il discepolato, si frappongono fra lui e Gesù, rimuovono l’obbedienza. Il secondo discepolo chiede di adempiere prima la legge e poi seguire. Gesù sarà irremovibile su questo: la sua chiamata è più della legge, a chiamare è il Cristo, è lui la prima e l’ultima parola. Cristo continua a chiamare: il pescatore, le donne, i guariti e coloro che non se l’aspettavano.

Ma la sequela è libertà, il camminargli dietro richiede l’obbedienza all’amato, al Figlio dell’Altissimo che invia a raccontare l’Amore che il Padre ha per tutti.

 

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