Per una Chiesa casa dei poveri

Quando don Arcangelo Iovino arriva per l’intervista è raggiante. La felicità per l’Assemblea diocesana della Caritas, - svoltasi il 13 ottobre, ndr - che dirige dal 2010, è ancora evidente.

Direttore com’è andata? È stata una bella assemblea, perché frutto di un intenso lavoro di comunione tra i membri di equipe. Ampia anche la partecipazione, di volontari e attori sociali, a conferma della buona sinergia 
creata sul territorio. La scelta poi di momenti laboratoriali ha portato al centro la concretezza del quotidiano.

Riconferma quindi la scelta del tema:«Prendersi cura di chi si prende cura»? Si perché ha permesso di far emergere che la Caritas diocesana non opera per se stessa ma per la comunità eccelsiale territoriale; di mettere in evidenza il nostro compito di animatori della Carità e non di soggetti delegati a realizzarla.

Perchè, come ha detto il cardinale Montenegro, attraverso la Caritas è la comunità che accompagna. Questa è la nostra grande fatica ma anche la nostra grande scommessa. Il nostro obiettivo è accompagnare le comunità a non percepire la carità come un servizio portato avanti da un gruppetto di persone che va solo economicamente sostenuto.

Anche il cardinale si è soffermato sul rischio di far prevalere l’attenzione ai servizi su quella alle persone. Il rischio c’è se si intende la povertà come «problema» da affrontare affidandolo a pochi. Un modo di fare la carità senza viverla con la necessaria comunione ecclesiale. I servizi sono necessari, questo non si discute, ma se ogni comunità imparasse a prestare attenzione prima alle persone forse molti servizi diocesani non sarebbero strettamente necessari. La diversità delle povertà esige risposte diverse e soprattutto la risposta dell’incontro: non è sufficiente la mensa diocesana nè che ci siano persone che dalle parrocchie vengono a servire in mensa. È la comunità parrocchiale che può incontrare le persone e accompagnarle.

 

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Pochi giorni dopo l’assemblea è stato presentato il Rapporto Caritas italiana 2018: forte la presenza di giovani tra i poveri del Paese. È così anche per il territorio diocesano? L’incontro con la Caritas di Agrigento in occasione dell’assemblea è stato fatto proprio per imparare ad aiutare i nostri giovani in difficoltà, per aiutarli ad uscire dalla logica del lavoro «comodo» e della rassegnazione.

I governi nazionali hanno ad oggi provato seriamente a mettere in campo azioni di argine alla crescita della povertà nel Paese? La scelta di introdurre il Reddito di Inclusione (Rei) credo sia stata buona perché prevede anche un accompagnamento alla rinascita, oltre che un minimo supporto finanziario. Ma, come dice il Rapporto, è stato un intervento purtroppo limitato e che non ha avuto facile attuazione soprattutto per le carenze di servizi quali quelli che dovrebbero offrire i Centri per l’Impiego. La misura del Rei andrebbe quindi sviluppata e migliorata ma allo stesso tempo credo si debbano operare anche scelte che aiutino i Comuni a poter essere più incisivi.

Post Assemblea: quali le prossime tappe? Il nostro orizzonte è quello del tema scelto per l’assemblea. Sia l’equipe diocesana che i volontari dei servizi inizieranno i loro percorsi di formazione. E sempre per la formazione accompagneremo le parrocchie. In embrione ci sono poi vai progetti, dalla creazione di spazi di co–working per giovani ai di centri di accompagnamento perchè chi è in difficoltà possa ripartire riscoprendo i propri talenti.

 

 

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