Papa Francesco, i giovani, i sogni e l'Incarnazione

 

Siamo ormai vicini al prossimo Sinodo dei vescovi e nella nostra mente restano vivide le immagini e le parole che Papa Francesco ha rivolto ai giovani italiani, in un caldo pomeriggio romano al Circo Massimo. Nei discorsi pontifici rivolti ai giovani, ricorre spesso la tematica del sogno; a volte, il Papa sembra ripetersi, quasi fosse una nenia, ma centrando sempre la prospettiva di fondo nel cuore giovane dei suoi ascoltatori.

Introdurre il tema del «sogno» o dei «sogni» potrebbe sembrare rischioso.

Un giovane, credente e non, potrebbe avere difficoltà a stare dietro il ragionamento del Santo Padre, perché il nostro pragmatismo molto umano ci incolla con i piedi per terra; nel contempo, i «sogni» sciorinati ogni tanto in un discorso, richiamano molto le raccomandazioni «sacerdotali», che sottendono però il vero problema: «Caro giovane, sogna un po’ ora, perché poi dovrai svegliarti da questo sonno!».  Le due chiavi di lettura negative: l’illusione e la narcotizzazione della realtà, potrebbero essere seriamente prese in considerazione e il discorso del Papa, seppur carismatico e affascinante, si ridurrebbe ad una predicozza da prete di campagna.

Perché il Papa crede veramente ai sogni dei giovani?

La risposta immediata è molto semplice e appare quasi banale: «Perché è cristiano!» Mi spiego… Uno dei misteri fondamentali su cui poggia la nostra fede è l’Incarnazione del Verbo, cioè la volontà di Dio di entrare nella nostra carnalità e assumere l’umanità ferita dal peccato. Il Verbo, il Logos, la Parola, razionalmente può essere un’astrazione, una personalità divina che non ha dimensione concreta. In realtà, il Verbo si incarna perché ha in sé un forza e dimensione propria, perché attraverso la Parola, Dio crea e tramite il Logos incarnato salva.

Così la seconda Persona della Trinità non appare più eterea, ma concreta e molto viva.

La dimensione esistenziale umana assume in sé la logica dell’Incarnazione: in Gesù ogni nostra possibilità può divenire realtà, anche quelle che noi definiamo chimere possono concretizzarsi in gesti. Così il sogno: non è una dimensione astratta nella vita di un giovane credente, ma è possibilità di incarnazione nella realtà. Tra Dio e il sogno ci siamo noi e la nostra volontà di concretizzare ciò che abbiamo nel cuore, rendere fattibile ciò che sembra utopico; in conclusione, il sogno non è un palliativo della fede, ma la scintilla della nostra intelligenza che accende il fuoco della nostra intraprendenza. 

 

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Il Papa è un uomo molto pragmatico, per questo non avrebbe mai parlato ai giovani dei sogni, se non avesse avuto la certezza che essi sono capaci di realizzarli, di operare un processo divino: dal solo sogno passato per la mente, alla sua incarnazione concreta nella vita quotidiana.  Il messaggio che il Pontefice vuole lasciare a tutti i giovani è molto semplice: essere cristiani non è per gli oziosi, per gli sfigati o tantomeno per coloro che hanno deciso di consacrarsi al Signore.

La gioventù e il cristianesimo non sono contrapposti, né binari paralleli che non si incontrano mai.

Credere in un Dio incarnato è possibilità seria di custodire i propri sogni giovanili perché siano realtà, avendo la certezza di non essere soli, ma di avere una compagnia di amici (la Chiesa), terreno fertile perché questa singolare «incarnazione» possa avvenire.  I sogni non sono per i disincantati, ma per gli «incarnati» nel mondo; i sogni non appartengono agli illusi, ma a tutti coloro che non temono di uscire da se stessi perché ciò che hanno nel cuore sia materialmente possibile. Ancora una volta, un giovane ottantenne vestito di bianco tende la mano a tutti i giovani e mostra loro i suoi personali sogni da Papa: una Chiesa libera perché unita a Gesù, una Chiesa povera perché ricca del Signore, una Chiesa giovane e sognante perché incarnata nel mondo *.

 

*inDialogo. Mensile della Chiesa di Nola, Dorso di Avvenire 23 settembre 2018, p.6

 

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