San Paolino Vescovo

Un ricco aristocratico bordolese - (a cura di G. Santaniello e A. Ruggiero)

Nato nella città di Bordeaux, in Aquitania, intorno al 355, Ponzio Meropio Paolino apparteneva alla nobile e ricca famiglia degli Anici, di antica ascendenza consolare. Alla scuola del suo maestro Ausonio, poeta e retore cristiano, il giovane aquitano apprese i rudimenti della lingua latina e greca. E fin dall'inizío dei suoi studi si appassionò alla lettura dei grandi prosatori e poeti latini, soprattutto delle opere di Virgilio.
In seguito perfezionò la sua formazione all'università di Bordeaux, approfondendo soprattutto lo studio delle lettere, del diritto e della filosofia. Ben presto incominciò a comporre versi con notevole successo, suscitando l'ammirazione e l'entusiasmo del suo antico maestro.

Poco più che ventenne, entrava a far parte del senato romano ed iniziava la sua carriera politica, che percorse fino a raggiungere la somma magistratura del consolato. E proprio in qualità di ex console ottenne l'incarico di Governatore della Campania.
Qui giunto, volle risiedere nei suoi possedimenti presso Nola, per trascorrere gran parte della sua giornata accanto alla tomba di S. Felice a Cimitile. Già in questo periodo da Governatore ebbe modo di contemplare la grande fede e devozione delle folle di cristiani, che da tutta l'Italia meridionale accorrevano al santuario di S.Felice a Cimitile. Soprattutto il 14 gennaio, nella ricorrenza del giorno natalizio del loro Santo Patrono.
Questo spettacolo commovente del popolo di Dio risvegliò la fede ed i sentimenti cristiani inculcati nel cuore del giovane Governatore dalla madre diletta fin dal primi anni della sua fanciullezza, allorquando l'aveva condotto per la prima volta sulla tomba di S. Felice e l'aveva consacrato al Santo.

Perciò, espletato il suo mandato e rientrato a Roma, il giovane magistrato cominciò a pensare seriamente alla sua vita spirituale, onde sempre più frequentemente si recava a trascorrere le sue giornate nel ritiro dei suoi poderi di Fondi.
Ma la tragica morte dell'imperatore Graziano nel 383 e la conseguente crisi politica che aveva colpito l'impero romano d'occidente distolsero Paolino dalle sue meditazioni e lo costrinsero a far ritorno in Aquitania. Qui la sua famiglia e lui stesso caddero vittime della persecuzione che l'usurpatore Massimo aveva suscitato contro i sostenitori di Graziano.
Perciò Paolino dovette fuggire da una città all'altra dell'impero, alla ricerca di un luogo tranquillo e sicuro. Così fu a Vienna, dove conobbe i due vescovi Martino di Tours e Vittricio di Rouen; dimorò a Milano, dove fu in contatto col vescovo Ambrogio; trascorse qualche tempo in Spagna, dove incontrò e sposò la ricca nobildonna Terasia, la donna di fervente fede cristiana che gli sarebbe stata accanto per tutta la vita, favorendolo e seguendolo fedelmente nella sua scelta asceticomonastica.

Da tempo, infatti, Paolino andava maturando il proposito di ricevere il battesimo e di vivere una vita cristiana più intensamente impegnata. Perciò, ritornato a Bordeaux alla morte di Massimo nel 388, subito manifestò al suo vescovo Delfino il desiderio di essere battezzato. Si preparò al grande evento alla scuola del dotto e santo sacerdote Amando, che lo istruì nella fede della Chiesa Cattolica. Ricevuto il battesimo dalle mani di Delfino nel 389, insieme con la sua sposa, si ritirò a vivere nei suoi possedimenti ai piedi dei Pirenei, presso Barcellona, in Spagna, per approfondire i misteri cristiani nella meditazione e nel silenzio. Qui Paolino e Terasía insieme maturarono la vocazione alla vita di perfezione evangelica, alla sequela di Cristo crocifisso nella povertà e nell'abnegazione.
La morte del figlio Celso, avvenuta ad appena otto giorni dalla nascita, indusse i giovani sposi, profondamente scossi dalla sciagura, a dar corso al loro proposito ascetico: vendere tutti i loro beni, distribuirne il ricavato ai poveri e mettersi sulle orme di Cristo.

La sequela di Cristo

Detto fatto, si erano messi all'opera, per liberarsi con gioiosa alacrità del loro immenso patrimonio. Ma il giorno di Natale del 394, mentre i due giovani sposi partecipavano con intensità spirituale alla celebrazione del Sacro Mistero nella cattedrale di Barcellona, la folla dei fedeli in coro con forza indusse il vescovo di Barcellona Lampío ad ordinare Paolino presbitero. Il giovane aquitano, anche se all'inizio era molto renitente, alla fine accettò l'alto onore, ma solo a condizione di essere libero di recarsi a vivere altrove il suo ideale. Il suo pensiero da lungo tempo era sempre rivolto alla terra di S. Felice a Cimitile. Perciò egli affrettò le operazioni della vendita dei suoi beni e, dopo la Pasqua del 395, accompagnato dalla moglie e da pochi servitori fedeli, partiva alla volta di Nola. Sbarcato in una città dell'Italia centro-settentrionale, proseguì il viaggio per Firenze. Qui ebbe la grande gioia di incontrare di nuovo il vescovo di Milano Ambrogio, che, dopo averlo abbracciato con premuroso affetto, lo aggregò al clero della sua città.

Nel frattempo Paolino, proprio sotto la guida di esperti e dotti maestri spirituali, come Ambrogio, Girolamo, Amando e Delfino, aveva assecondato in pieno l'ispirazione della grazia e si era trasferito nel nuovo universo della fede. Infatti, partendo dall'invito di Gesù al giovane ricco, Paolino, ricevuto il battesimo, aveva ravvivato e dato nuovo impulso alla sua vita cristiana, convertendosi all'ideale di perfezione ascetica. D'altronde egli ormai sapeva molto bene che il battesimo, rinnovando interiormente l'uomo, lo inserisce come membro vivo nel corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, ma che, nel contempo, costituisce solo la prima tappa, solo l'inizio dell'impegno cristiano.

Inoltre il ricco proprietario terriero era convinto che per servire Cristo in modo adeguato ed esclusivo è necessario liberare il proprio cuore da tutti gli impedimenti terreni, ed in primo luogo dalle gravi preoccupazioni per i beni temporali. E' quello che aveva chiesto Gesù al giovane ricco nel Vangelo: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi". Entrato in quest'ottica evangelica, in piena sintonia con la moglie Terasia, aveva venduto il vasto patrimonio familiare e distribuito il ricavato ai poveri. I due, insieme, avevano deciso di vivere come fratello e sorella in perpetua castità la loro vita coniugale e di ritirarsi definitivamente presso la tomba di S. Felice a Cimitile. Essi offrivano così al Signore il dono più intimo e personale.

Ma non c'è dubbio che la rinuncia che dovette costare di più al cuore del giovane asceta fu quella di mettere da parte la sua cultura classica, e soprattutto rinunciare a quel mondo della poesia latina, che egli così profondamente ed appassionatamente aveva assimilato nella sua formazione culturale. Si trattava, adesso, di mettere da parte e dare l'addio a quel mondo meraviglioso di Apollo e delle Muse, al quale il vecchio maestro Ausonio lo aveva iniziato con tanta cura e passione. Si trattava di rimpiazzare quel mondo delle favole antiche col nuovo canto dei misteri della fede, soprattutto del mistero di Cristo e delle glorie del presbitero Felice. Un mondo nuovo, vivo e palpitante di freschezza, questo, che Paolino rivestirà delle forme poetiche e dei generi letterari classici.

La clamorosa conversione del ricco proprietario dell'Aquitania mise in agitazione il mondo pagano e riempì di letizia e di stupore il mondo cristiano, dall'occidente all'oriente. Infatti reagi in maniera forte il vecchio poeta Ausonio, cercando in tutti i modi di richiamare il discepolo prediletto sulle strade della poesia battute nella prima gioventù. Ma esultarono di gioia infinita tutti coloro che avevano contribuito e seguito con grande trepidazione il cammino della grazia di Dio nel cuore del giovane aquitano: così Ambrogio e Delfino, Aurelio ed Alípio, Amando ed Agostino, Rufino, Girolamo e Sulpicio Severo. Se ne rallegrarono di cuore amici e conoscenti, vicini e lontani, mentre molti altri della cerchia dei suoi familiari ed amici prendevano le debite distanze dal suo proposito di vita ascetica e lo abbandonavano. In questo modo Paolino si trovò accanto soltanto la diletta sposa e pochissimi amici fedeli, che lo seguiranno sulla strada della perfezione cristiana.

Sotto lo stesso tetto di S.Felice

Nel suo viaggio alla volta di Nola, Paolino, dopo Firenze, fece breve sosta a Roma. Qui Papa Siricío, chiaramente un po' prevenuto nei confronti delle correnti ascetiche del monachesimo occidentale e, soprattutto, poco convinto della regolarità dell'ordinazione sacerdotale del giovane aquitano, si rifiutò di ricevere in udienza il futuro vescovo di Nola. L'atteggiamento di diffidenza del Pontefice, accompagnato dalla sorda ostilità di buona parte del suo clero romano, ferì profondamente l'animo molto sensibile di Paolino. Soltanto in seguito, alla fine del suo Pontificato, l'atteggiamento del Vescovo di Roma nei confronti di Paolino muterà radicalmente.

Ma nella stessa città di Roma non mancarono attestazioni di sincera ammirazione, di stima e di vivo affetto nei riguardi dell'asceta aquitano, di sua moglie Terasia e dei loro compagni di viaggio. Certamente ad accogliere gli ospiti ci fu la nobile famiglia di Melanía Seniore, cui Paolino era legato da vincoli di parentela. Ci fu il proprio parente Domníone, difensore della sua decisione, dotto e ricco possessore di codici antichi e di pregevoli manoscritti. Ci fu l'amico di vecchia data Pammachio, senatore romano, grande possidente e poi monaco, fedele discepolo e sostenitore irriducibile del grande Girolamo.
Orbene, oltre a questi illustri rappresentanti dell'aristocrazia senatoria della Capitale, ci fu la numerosa folla di gente comune, il popolo romano e cristiano, che, memore della generosa magnanimità del ricco senatore e console, corse ben volentieri a rendergli l'omaggio della riconoscenza e dell'affetto, ora che lui, spogliatosi dei suoi beni e dei suoi onori mondani per Cristo, si presentava nelle umili vesti del monaco.

Pur tuttavia, l'accoglienza più palpitante e calorosa fu riservata a Paolino dal vescovo, dal clero, dai monaci e dalle popolazioni cristiane della Campania, che egli in anni non lontani aveva amministrato da mite e giusto Governatore. Infatti il giovane asceta, appena giunto a Nola, si era ammalato molto gravemente. E la notizia della sua malattia si diffuse con la rapidità di un fulmine non solo in Italia, ma anche nell'Africa mediterranea, e contribuì non poco a stringere compatte intorno all'ex-senatore le moltitudini del nostro popolo, con a capo i loro Pastori ed il clero tutto. Egli così parla di questa accoglienza entusiastica al suo amico del cuore Sulpicio Severo: "I tuoi corrieri, infatti, che sono nostri compagni di servitù, durante i pochi giorni, in cui si sono intrattenuti con noi, hanno potuto vedere le assidue e premurose manifestazioni d'affetto che, durante tutto quel tempo della nostra malattia, ci hanno prodigato i fratelli monaci, in ansia per la nostra sorte, i vescovi, i chierici e spesso anche i laici. Poiché presso la tua cara persona possiamo gloriarci, ma solo della grazia del Signore, di cui anche questo avvenimento è opera e dono, in tutta la Campania non c'è stato quasi nessun vescovo che non abbia ritenuto suo dovere farci visita. E quelli che non erano venuti, perché impediti da una malattia o da qualche altra necessità, sono stati qui presenti nella persona dei loro chierici, inviati al loro posto, e con le loro lettere. Anche i vescovi dell'Africa hanno mandato a farci visita di nuovo all'inizio dell'estate" (epist. 5, 14 a Severo).

Appena si fu ristabilito in salute, Paolino si preoccupò di dare una dimora più idonea alla sua comunità di monaci. Progettò perciò di costruire il suo "monastero" sopra l'ospizio dei poveri e dei pellegrini, che era stato edificato da lui stesso durante il suo governatorato in Campania. I lavori iniziarono subito. La nuova costruzione, composta da tante piccole celle, sarà costituita da due ambienti distinti: l'uno, per Paolino e i suoi discepoli, l'altro, invece, per Terasía e le sue consorelle. Nel frattempo l'asceta aquitano preparava e fissava anche le norme per regolare la vita in comune dei suoi monaci. Si trattava di norme scaturite dalla lunga esperienza e già in vigore ed operanti nelle numerose comunità ascetiche del monachesimo occidentale. Alla sostanziale uniformità di queste Regole, Paolíno aggiungeva il tocco maturo della saggezza e dell'equilibrio umano e spirituale, proprio di un uomo buono e generoso aperto alle necessità dei più bisognosi. Così, sistemata nel suo nuovo alloggio, munito dei suoi servizi essenziali, la comunità nolana iniziava la vita normale in monastero. Un monastero, quello istituito dall'asceta aquitano a Cimítile, sempre aperto, pronto ad accogliere non solo i poveri di Cristo, ma anche i numerosi pellegrini che, soprattutto in occasione della festa del Santo Patrono, il 14 gennaio, accorrevano alla tomba di S. Felice.

Tra lo studio il lavoro e la preghiera

Senza dubbio anche il tempo del monaco nolano trascorreva scandito e vivificato dalla continua e fervente preghiera al Signore, posta a fondamento della vita comunitaria. I membri del piccolo asceterio, infatti, si riunivano in determinate ore del giorno e della notte, per lodare e rendere il culto dovuto a Dio. D'altra parte una delle principali attività di Paolíno e dei suoi monaci era lo studio diligente ed appassionato della Sacra Scrittura e delle opere degli scrittori ecclesiastici, vissuti in tempi precedenti o che erano viventi e godevano dell'infirna amicizia di Paolino. Asceta nolano sentì impellente l'esigenza di questi studi, a fondamento e sostegno della sua fede e della sua attività artistica e letteraria. Si guarda intorno e si rivolge al migliore maestro di Sacra Scrittura, per avere la possibilità di mettersi alla sua scuola e ricevere lumi.

Infatti il grande studioso della Bibbia, S. Glrolamo, a cui il nostro Paolino, all'inizio della sua avventura ascetica, si era rivolto, manifestandogli il vivo desiderio di approfondire lo studio dei Libri Sacri, dalla lontana Betlemme, dove viveva, gli aveva risposto per lettera, esortandolo ad impegnarsi in questo lavoro, di certo tutt'altro che facile: "Applicati allo studio e all'intelligenza delle Sacre Scritture col più vivo impegno e con la migliore diligenza. Ma sappi che si tratta di uno studio molto difficile, per cui hai bisogno assolutamente di una guida esperta e sicura. Eccomi a tua completa disposizione" (epist. 53 a Paolino). Il caloroso invito del monaco di Betlemme allo studio della Parola di Dio non cadde nel vuoto. Paolino subito si mise all'opera con entusiasmo e passione. Studio, quello di Paolino, che era nello stesso tempo meditazione, assimilazione e preghiera. Perciò la Bibbia divenne ben presto la sorgente inesauribile, a cui tutta la vita spirituale e letteraria di Paolino attingeva sempre abbondantemente la linfa necessaria, e costituiva la fonte principale, se non unica, inesauribile e sempre nuova, della sua ispirazione poetica e della sua corrispondenza epistolare.

Tuttavia la giornata dei membri della comunità nolana, oltre ad essere santificata dalla preghiera e dalla meditazione della Sacra Scrittura, era assiduamente impegnata nel lavoro manuale nei giardini attigui alla basilica di S. Felice, dove si coltivavano gli ortaggi ed i legumi indispensabili per la mensa di tutta la comunità monastica. D'altronde lo stesso Paolino dedicava ampi spazi del suo tempo alla composizione dei Carmiín onore del Santo Patrono, al disbrigo della fitta corrispondenza epistolare, che si allargava sempre più col passare degli anni, e soprattutto al duro lavoro manuale, alle opere servili.
Infatti egli coltivava personalmente con le proprie mani un piccolo ortícello, che peraltro non sempre era reso fertile dal lavoro dell'inesperto agricoltore. Esso, perciò, non riusciva a produrre che pochi ed insulsi cavoli. Un campo avaro, dunque, quello coltivato con le sue braccia, proprio come il suo cuore.

Ecco come egli stesso, identificandosi in quest'immagine agricola, si presenta al suo amico Apro, famoso magistrato aquitano, che ha deciso di seguire il suo esempio abbracciando anche lui l'ideale ascetico: "Ma siamo proprio noi quell'angusto orticello, che tu descrivi con tanta eloquenza, ma che a stento è capace di produrre un solo cavolo, e siamo insipidi, come dice il Profeta, più di una bietola cotta solo a metà... Tuttavia quel cavolo può essere più facilmente scusato di essere senza sale, che esso non ha ricevuto o per le ristrettezze della nostra miseria o per colpa della nostra avarizia. Ma noi, infroffiti, siamo più colpevolmente insipidi, poiché in noi, sovrabbondando l'insipienza derivante dai nostri peccati volontari, è diventato scípìto il sale degli Apostoli, e dinanzi alle nostre colpe sono scomparsi i condímenti spirituali. Ma se non saremo ristorati dalle vostre preghiere, neppure quell'unico cavolo sarà rigoglioso in noi e ci verrà meno anche l'insipido ortaggio, se saremo da voi del tutto abbandonati" (epist. 39, 4 ad Apro).

Come appare evidente anche da questa bellissima pagina dell'Epistolario, Paolino ebbe vivo il senso dei suoi limiti, della sua impotenza spirituale. E proprio il senso della sua profonda umiltà muoveva il suo discorso e la sua penna. Infatti la sua lingua parla dall'abbondanza del cuore. Con lealtà e semplicità. E fu, questo, indubbiamente uno dei tratti più caratteristici della vita interiore e dell'opera del nostro Santo. Egli, dunque, a fondamento della sua vita spirituale pose la virtù dell'umiltà, che, unita all'amore di Cristo e dei fratelli, costituisce la radice della sua, come di ogni santità. E quando l'amico aquitano Sulpicio Severo ebbe l'ardire di chiedergli un suo ritratto per collocarlo di fronte a quello del grande vescovo di Tours, S. Martino, nel nuovo Battistero, Paolíno, sbalordito dell'insolita richiesta, così lo apostrofava nella sua lettera di risposta: "C) Severo, mio caro Severo, il troppo affetto che tu nutri per me quasi ti fa vaneggiare ed allora diventi veramente stolto, comportandoti verso di me con eccessivo amore, proprio come farebbe un vecchio nonnino nei confronti di un tardivo nipote... Io mi vergogno di dipingermi come sono, ma non oso ritrarmi come non sono: odio ciò che sono, e non sono ciò che vorrei..." (epìst. 29,1.2 a Severo).

Nel cenobio nolano vigeva soprattutto una grande austerità e sobrietà nel vitto e nel vestito. Paolino ed i suoi compagni avevano smesso i lussuosi abiti del mondo per indossare quelli del semplice monaco: un ruvido saio, intessuto di peli di cammello, ed un mantello altrettanto rozzo e dozzinale. Ed una dura cordicella intorno alla vita, il cilicio, segno di una vita di abnegazi one e di penitenza. La mensa, poi, era delle più modeste e frugali: tutti mangiavano, non il pane bianco e croccante della Campania, famoso per le sue squisite qualità, ma solo un pane più ordinario e rustico, che Paolino, scherzando, designava come il "pane della spedizione cristiana", la galletta del cristiano, soldato di Cristo. Quanto al vino, infine, esso veniva servito solo in circostanze particolarmente importanti e spesso come medicina per i monaci ammalati o cagionevoli di salute. Ma sempre e soprattutto in modica quantità. La comunità di Nola faceva un solo pasto al giorno, di sera, un pasto preparato a base di legumi e di ortaggi, con abbondanza di acqua e pochissimo condimento. D'altra parte tutta la necessaria suppellettile ed il vasellame erano di terracotta oppure di legno di bosso, secondo la più antica ed autentica tradizione monastica orientale. Bando quindi ad ogni forma di lusso) di vanità e di pompa esteriore: capo rasato in forma ineguale, silenzio continuo, cilicio sulla nuda carne, rifiuto di ogni sorta di piacere, questi i punti su cui Paolino, specie nel suo epistolario, insiste continuamente, sottolineando al suoi confratelli ed ai corrispondenti la necessità di uniformare la loro vita a Cristo, povero e crocifisso.

L'amicizia cristiana

La conversione di Paolíno ad una vita cristiana vissuta nell'impegno ascetíco segnò indubbiamente la svolta decisiva nella sua esistenza umana e spirituale. Per questo motivo essa costituì anche un avvenimento altamente discriminante tra i suoi amici di sempre. Così, da una parte, si trovarono schierati quelli che guardavano con simpatia alle scelte del giovane aquitano, dall'altra, invece, quelli che presero una netta posizione contro la sua decisione. Tutto questo però non impedì a Paolino di allacciare e rinsaldare vecchi e nuovi vincoli di amicizia. Infatti la grande sensibilità del cuore di Paolino aveva sempre coltivato e continuò a coltivare un vivo sentimento d'amicizia verso tutti coloro che avevano avuto la fortuna di accompagnarsi a lui nel corso della sua formazione giovanile e della sua carriera politica. Orbene, allorquando egli decise di vendere il suo immenso patrimonio per darne il ricavato ai poveri, per poi ritirarsi dal mondo e mettersi alla sequela di Cristo, molti dei suoi vecchi amici non condivisero affatto le sue scelte cristiane e lo abbandonarono senza batter ciglio.

Il cuore del giovane asceta fu profondamente ferito da questo "tradimento" degli amici di un tempo, eppure non pensò mai, neppure per un attimo, di volgersi indietro e tornare sul suoi passi, dal momento che il Signore ha detto: "Chi pone mano all'aratro e poi si volge indietro, non è degno di me, e non può essere mio discepolo". Infatti all'antico maestro ed amico Ausonio, che lo scongiurava di tornare indietro, per riprendere a comporre poesie come ai vecchi tempi, Paolino rispondeva molto cortesemente ma con altrettanta fermezza: "Perché, o padre, mi comandi di ritornare ad occuparmi delle Muse, a cui ho rinunziato per sempre? 1 cuori consacrati a Cristo rigettano le Camène, né si schiudono al culto di Apollo. Un tempo io ebbi in comune con te l'ideale di invocare il sordo Apollo dalla spelonca di Delfo, invocare quali divinità le Muse, cercare nei boschi e per i monti il dono ivino della parola. Ora una forza nuova mi agita l'anima, un Dio più grande, ed esige costumi diversi, richiedendo per sé all'uomo il suo dono, affinché viviamo per il Padre della vita..." (Carm. X, 20-34).

Pur tuttavia numerosi amici della sua giovinezza apprezzarono molto il proposito ascetico di Paolíno, anzi molti addirittura ne seguirono l'esempio, abbracciando anch'essi l'ideale della perfezione cristiana. Sotto quest'aspetto, rimane emblematica la vicenda umana e spirituale di Sulpício Severo, l'amico di sempre di Paolino. Coetaneo del nostro Paolino, Severo apparteneva anche lui ad una ricca famiglía aquitana. I due si erano conosciuti fin dai primi anni della fanciullezza ed erano diventati compagni di studio ed intimi amici. Ad un certo punto, però, Severo aveva intrapreso gli studi giuridici ed era diventato un illustre avvocato del foro della città di Bordeaux. Ancora giovanissimo, aveva sposato una nobile e ricca proprietaria terriera dell'Aquitania. E tutto faceva prevedere una vita agiata e serena, colma di benessere e di gloria.

Ma la sventura bussò molto presto anche alla sua porta, rapendogli in un baleno il bene più grande e più amato del suo cuore, la dilettissima consorte. La scomparsa prematura della giovane moglie gettò lo sposo in un'angoscia mortale. Ma segnò anche il punto di svolta della sua vita cristiana. Nel frattempo egli aveva conosciuto il monaco Martino, vescovo di Tours e, anche sollecitato ed incoraggiato dalla cara suocera Bassula, aveva incominciato a frequentare assiduamente il grande monastero di Marmoutier, fondato e diretto dal santo Vescovo. Si era così innamorato anche lui della vita ascetica, che i monaci di quel cenobio conducevano sotto l'esperta guida del loro vescovo Martino.

Pertanto la conversione dell'amico Paolino, ben presto seguita dalla decisione di abbracciare l'ideale ascetico-monastico, non colse di sorpresa il giovane avvocato aquitano. Egli, in pieno accordo con la suocera, di fervente fede cristiana e martiniana, decise di imitare in tutto il fulgido esempio dell'amico Paolíno, seguendolo sulla strada della perfezione cristiana e promettendogli addirittura di raggiungerlo nel suo ritiro nolano. Perciò vendette anche lui i suoi beni e con parte del ricavato pensò di costruire un monastero a Primuliacum, località posta sulla strada che conduce da Tolosa a Narbona.

Morto Martino di Tours, molti monaci di Marmoutíer, tra cui si erano distinti Chiaro e Vittore, passarono al monastero di Prímuliacum, sotto la guida di Sulpicio Severo. In questo modo ben presto Prímulíacum divenne un centro famoso di formazione ascetico - monastica per i giovani figli delle famiglie aristocratiche aquitane. E proprio tramite l'attivo cenobio di Sulpicio Severo ed i suoi instancabili corrieri, molte delle consuetudini del monachesimo martiniano furono adottate dal monaci di Nola. La conversione di Paolíno ad una vita cristiana vissuta nell'impegno ascetíco segnò indubbiamente la svolta decisiva nella sua esistenza umana e spirituale. Per questo motivo essa costituì anche un avvenimento altamente discriminante tra i suoi amici di sempre. Così, da una parte, si trovarono schierati quelli che guardavano con simpatia alle scelte del giovane aquitano, dall'altra, invece, quelli che presero una netta posizione contro la sua decisione. Tutto questo però non impedì a Paolino di allacciare e rinsaldare vecchi e nuovi vincoli di amicizia.

Infatti la grande sensibilità del cuore di Paolino aveva sempre coltivato e continuò a coltivare un vivo sentimento d'amicizia verso tutti coloro che avevano avuto la fortuna di accompagnarsi a lui nel corso della sua formazione giovanile e della sua carriera politica. Orbene, allorquando egli decise di vendere il suo immenso patrimonio per darne il ricavato ai poveri, per poi ritirarsi dal mondo e mettersi alla sequela di Cristo, molti dei suoi vecchi amici non condivisero affatto le sue scelte cristiane e lo abbandonarono senza batter ciglio.
Il cuore del giovane asceta fu profondamente ferito da questo "tradimento" degli amici di un tempo, eppure non pensò mai, neppure per un attimo, di volgersi indietro e tornare sul suoi passi, dal momento che il Signore ha detto: "Chi pone mano all'aratro e poi si volge indietro, non è degno di me, e non può essere mio discepolo".

Infatti all'antico maestro ed amico Ausonio, che lo scongiurava di tornare indietro, per riprendere a comporre poesie come ai vecchi tempi, Paolino rispondeva molto cortesemente ma con altrettanta fermezza: "Perché, o padre, mi comandi di ritornare ad occuparmi delle Muse, a cui ho rinunziato per sempre? I cuori consacrati a Cristo rigettano le Camène, né si schiudono al culto di Apollo. Un tempo io ebbi in comune con te l'ideale di invocare il sordo Apollo dalla spelonca di Delfo, invocare quali divinità le Muse, cercare nei boschi e per i monti il dono ivino della parola. Ora una forza nuova mi agita l'anima, un Dio più grande, ed esige costumi diversi, richiedendo per sé all'uomo il suo dono, affinché viviamo per il Padre della vita..." (Carm. X, 20-34). Pur tuttavia numerosi amici della sua giovinezza apprezzarono molto il proposito ascetico di Paolíno, anzi molti addirittura ne seguirono l'esempio, abbracciando anch'essi l'ideale della perfezione cristiana. Sotto quest'aspetto, rimane emblematica la vicenda umana e spirituale di Sulpício Severo, l'amico di sempre di Paolino.

Coetaneo del nostro Paolino, Severo apparteneva anche lui ad una ricca famiglía aquitana. 1 due si erano conosciuti fin dai primi anni della fanciullezza ed erano diventati compagni di studio ed intimi amici. Ad un certo punto, però, Severo aveva intrapreso gli studi giuridici ed era diventato un illustre avvocato del foro della città di Bordeaux. Ancora giovanissimo, aveva sposato una nobile e ricca proprietaria terriera dell'Aquitania. E tutto faceva prevedere una vita agiata e serena, colma di benessere e di gloria. Ma la sventura bussò molto presto anche alla sua porta, rapendogli in un baleno il bene più grande e più amato del suo cuore, la dilettissima consorte. La scomparsa prematura della giovane moglie gettò lo sposo in un'angoscia mortale. Ma segnò anche il punto di svolta della sua vita cristiana. Nel frattempo egli aveva conosciuto il monaco Martino, vescovo di Tours e, anche sollecitato ed incoraggiato dalla cara suocera Bassula, aveva incominciato a frequentare assiduamente il grande monastero di Marmoutier, fondato e diretto dal santo Vescovo. Si era così innamorato anche lui della vita ascetica, che i monaci di quel cenobio conducevano sotto l'esperta guida del loro vescovo Martino.

Pertanto la conversione dell'amico Paolino, ben presto seguita dalla decisione di abbracciare l'ideale ascetico-monastico, non colse di sorpresa il giovane avvocato aquitano. Egli, in pieno accordo con la suocera, di fervente fede cristiana e martiniana, decise di imitare in tutto il fulgido esempio dell'amico Paolíno, seguendolo sulla strada della perfezione cristiana e promettendogli addirittura di raggiungerlo nel suo ritiro nolano. Perciò vendette anche lui i suoi beni e con parte del ricavato pensò di costruire un monastero a Primuliacum, località posta sulla strada che conduce da Tolosa a Narbona. Morto Martino di Tours, molti monaci di Marmoutíer, tra cui si erano distinti Chiaro e Vittore, passarono al monastero di Prímuliacum, sotto la guida di Sulpicio Severo. In questo modo ben presto Prímulíacum divenne un centro famoso di formazione ascetico - monastica per i giovani figli delle famiglie aristocratiche aquitane. E proprio tramite l'attivo cenobio di Sulpicio Severo ed i suoi instancabili corrieri, molte delle consuetudini del monachesimo martiniano furono adottate dal monaci di Nola.